MERLINO E Il SUO DOPPIO

Yolanda Godoy Lozano e Alberto Magnani


Chi e' Merlino? Il potente mago che presiede alla nascita di Artu' e pone i suoi poteri al servizio dei re di Britannia? Oppure il vecchio pazzo che si aggira nella foresta di Caledonia e vive in un palazzo con settanta porte e settanta finestre? Forse non c'e' un solo Merlino, ma due. E storia e leggenda hanno fatto un po' di confusione.
Il mago merlino a cavallo di un cervo, che guida una processione notturna di animali selvatici: e' un'immagine inconsueta, cui non assoceremmo la figura del personaggio, quale la conosciamo dalla tradizione letteraria. Eppure Goffredo di Monmouth ce lo descrive proprio cosi', in un poemetto che risale al 1148. Fantasia bizzarra? Nella cattedrale di Otranto, in Puglia, nel vasto mosaico pavimentale completato verso il 1160, compare re Artu' in groppa a un animale che ha tutta l'aria di essere un cervo. Sin dall'antichita' la simbologia del cervo e' connessa a significati religiosi, quali l'allegoria del trionfo del Bene sul Male. Una divinita' celtica, Cernumnos, e' raffigurata con sembianze di cervo. Il cristianesimo fara' del cervo un emblema di Cristo e lo assocera' al culto di alcuni santi, come Eustachio, o come Cadoc: quest'ultimo visse nel Galles intorno al Vi secolo e la sua vita e' posta in relazione con le vicende di re Artu'. La figura di Merlino affonda dunque le radici in un fertile humus di tradizioni folkloriche, dietro le quali si celano archetipi della mente umana, comuni a tutte le civilta'. A sviluppare il mito di Merlino fu quella celtica delle isole britanniche, ma colui che lo introdusse nella dimensione della letteratura fu un chierico del XII secolo, appunto Goffredo di Monmouth.
Originario probabilmente del Galles, egli visse in pieno clima di rivalutazione delle tradizioni precristiane, un tempo osteggiate dalla Chiesa, e diede personalmente un forte contributo a tale fenomeno, definito da Le Goff "reazione folklorica".
Goffredo aveva formato la sua vasta cultura chino sui codici tanto dei Padri della Chiesa, quanto di Virgilio, Ovidio, Apuleio, Isidoro di Siviglia; ma intanto tendeva l'orecchio al ricco patrimonio delle leggende tramandate oralmente, conosceva le "odissee celtiche" di san Brandano e Mael Duinn, qualcosa della germanica saga dei Nibelunghi.
Le sue opere di storia, scritte in latino per il lustro della dinastia normanna d'Inghilterra, denotano doti degne piu' di un romanziere che di uno storico, e non a caso costituiscono il punto di partenza dell'avventura letteraria di Artu', Ginevra e del mago, profeta e incantatore Merlino. "Goffredo ha rivestito della parola rispettabile di storia le leggende relative ad Artu' recuperate da antiche tradizioni britanne, e in piu' ci ha messo del suo", scriveva, alla fine del IX secolo, Guglielmo di Newburg. Un giudizio che appare fondato, in quanto Goffredo passò antiche tradizioni attraverso il filtro della propria cultura e operò rimaneggiamenti personali, a fini spesso politici, a seconda delle esigenze della dinastia anglo-normanna. I miti e i simboli che all'interno della cultura folklorica avevano un preciso significato ed erano chiaramente riconoscibili, trasposti nella sua prosa latina incominciano a perdere il loro senso originario e si avviano a diventare semplice ornamento letterario.

IL CHIERICO E IL MAGO: MERLINO SECONDO GOFFREDO DI MONMOUTH
Merlino entra in scena nella Historia regum Britanniae, cronaca fantastorica dei piu' antichi re di Gran Bretagna dai primordi al VII secolo: il futuro mago e' presentato come un misterioso ragazzo "senza padre", generato dall'unione tra uno spirito e una principessa gallese. Ambrosio Merlino - questo il suo nome completo - sfida vittoriosamente i maghi della corte del re Vortigern (figura dai contorni vagamente storici, collocabile nel V secolo) e spiega al sovrano il significato allegorico del combattimento fra due draghi annidati nel fondale di una palude; quindi pronuncia una lunga profezia (che occupa quasi tutto il libro VII e fu divulgata anche separatamente dal resto dell'opera di Goffredo). In seguito Merlino pone i propri poteri al servizio dei due successivi re di Britannia, Ambrosio Aurelio e Uter: con un sortilegio trasporta dall'Irlanda al Galles i megaliti di Stonehenge e permette a Uter di assumere le sembianze del suo nemico, il duca Gorlois di Cornovaglia. Cosi' trasformato, Uter penetra indisturbato nella munita rocca di Tintagel, a picco sul mare, e può trascorrere una notte d'amore con la bella Igerna, moglie del duca. Igerna rimane incinta; da quella notte di inganni nascera' re Artu'. A questo punto, Merlino scompare dalle pagine della Historia, ma, a distanza di alcuni anni, Goffredo gli dedichera' un poemetto di 1529 versi noto come Vita Merfini, l'opera da cui abbiamo tratto l'episodio della cavalcata sul cervo. L'azione si sposta al periodo successivo al regno di Artu' e il personaggio appare molto diverso: lo ritroviamo sposato, scopriamo che ha una sorella affezionata, Ganieda, e che e' diventato re di una regione del Galles. A fianco di Peredur (l'eroe che ricomparira' nella letteratura cortese, con il nome di Perceval o Parsifal) partecipa a una battaglia e impazzisce per il dolore dopo aver assistito alla tragica morte di tre fratelli (suoi? Di Peredur? Il testo e' ambiguo, in proposito). Privo di memoria, ma in grado di predire il futuro, si aggira nella foresta di Caledonia, dove vive in comunione con la natura. Recuperata la ragione grazie all'acqua di una sorgente miracolosa, Merlino non soppor~ tera' di assistere allo spettacolo della Britannia dilaniata dalle guerre civili, e preferira' rimanere nella foresta, in un palazzo con settanta porte e settanta finestre, fattogli costruire da Ganieda.

LO STESSO MERLINO OPPURE DUE PERSONAGGI DAL DIVERSO PASSATO?
Leggendo le narrazioni di Goffredo, subito salta all'occhio la differenza tra il personaggio di Merlino quale appare nella Historia e lo stesso nella Vita. La creatura quasi soprannaturale si trasforma in un sovrano guerriero, con tanto di numerosa famiglia: del fatto si accorsero. anche i primi lettori e un chierico di poco successivo a Goffredo, Gherardo il Gallese, fornisce una importante precisazione: «Esistettero due Merlini. Quello chiamato Ambrosio, che allora aveva due nomi, profetizò quando era re Vortigern. Era figlio di un demone e fu trovato a Carmarthen (Cair Myrddin) e assunse tale nome (Myrddin = Merlino) per essere stato trovato li'. Il secondo Merlino proveniva dalla Scozia. E' chiamato Caledonio, perche' pronunciava profezie dalla foresta di Caledonia. E' chiamato anche Silvestre, perche' una volta, in battaglia, guardò verso il cielo e vide un orribile mostro; in seguito alla visione divenne pazzo e fuggi nella foresta, dove trascorse il resto dei suoi giorni come un uomo selvatico, abitatore dei boschi».
Anche in una raccolta di antiche tradizioni gallesi, pubblicata a Londra nel 1823, leggiamo che i piu' grandi bardi della Britannia furono tre: Taliesin, personaggio che compare nella Vita, e due Merlini. Si può pertanto ipotizzare che Goffredo abbia unificato due distinte tradizioni orali, giunte, con qualche variante (la visione del mostro) anche alle orecchie di Gherardo. Un'operazione di fusione, in realta', non perfettamente riuscita: l'imprecisa linea di sutura affiora alla lettura della Vita, che, a dispetto del titolo, non e' affatto una biografia, ma narra solo alcuni episodi della vita di Merlino, ambientandoli nell'arco di pochi anni dopo la fine del regno di Artu'. Ora, se il Merlino Silvestre e' lo stesso che comparve ragazzo alla corte di Vortigern, in base alla cronologia stabilita dallo stesso Goffredo dovrebbe avere un'eta' superiore ai cento anni. Il chierico pare accorgersene solo nel finale del suo poemetto e pretende di cavarsela trasformando con disinvoltura il personaggio in un vecchio venerando; ma all'inizio Merlino, coerentemente con la leggenda scozzese cui si ispirava Goffredo, appariva un guerriero giovane e vigoroso. Entrambe le leggende partono da un'unica, eterna aspirazione dell'uomo: superare i propri limiti, impadronirsi di capacita' negate alla condizione dei comuni mortali e immaginare perciò individui privilegiati, cui tali capacita' siano concesse. In tal senso i Merlini sono due facce di un'unica medaglia, ma la medesima aspirazione ha indotto la fantasia popolare dei Celti insulari a immaginare individui profondamente differenti.

AMBROSIO MERLINO, OWERO IL SEMIDIVINO, E MERLINO SILVESTRE, OWERO L'UOMO SELVATICO
La prima di queste leggende e' fondata sull'archetipo dell'essere nato dall'unione fra una creatura superiore e un mortale. Si tratta di un motivo universale, ma, in questo caso, potrebbe aver risentito di alcuni influssi del cristianesimo: il concepimento del "ragazzo senza padre" può infatti ricordare quello di Gesu' a opera dello Spirito Santo, mentre l'episodio di Ambrosio Merlino che sfida vittoriosamente i maghi della corte di Vortigern richiama quello di Mose' alla corte del faraone. Si può peraltro ritenere che la leggenda sia nata in Irlanda, nel cui folklore i racconti di unioni fra gli uomini e le creature soprannaturali sono molto frequenti. L'esistenza della leggenda e' testimoniata da una cronaca latina dell'VIII o IX secolo, la Historia Britonum, compilata, o meglio, raffazzonata piuttosto alla buona mettendo assieme tradizioni precedenti da un monaco gallese di nome Nennio. Alcuni elementi compaiono inoltre ne Le avventure di Art figlio di Conn, un testo irlandese contenuto in un manoscritto dei XV secolo, ma certo risalente a una fonte piu' antica. La natura semidivina del protagonista e' sottolineata dal suo stesso nome, Ambrosio: come sappiamo, l'ambrosia era il "nettare degli degli dei" della mitologia greca, ma l'ape e il miele sono presenti come simbolo di sapienza divina in molte altre culture, da quella ebrea a quella germanica. Di fatto e' questo Merlino, l'essere soprannaturale dotato di magici poteri, quello che piu' influenzera' la letteratura successiva.

«Dal rapporto privilegiato con la natura derivano facolta' straordinarie come quella di predire il futuro» La seconda leggenda, quella confluita nella Vita Merfini, e'invece assai meglio definibile: la ritroviamo anche in altri due testi latini, provenienti, forse, dallo Strathclyde, e denominati Lailoken et Kentigern e Laìloken et Meldred. Lailoken non sarebbe altro che lo stesso personaggio che Goffredo chiama Merlino.
Le sue vicende, infatti, corrispondono a quelle cantate da Goffredo nel suo poemetto: la follia conseguente a una battaglia, la vita selvatica, le virtu' profetiche. Simili, se non uguali, anche gli episodi secondari. Solo la sorte del protagonista cambia: Lailoken, infatti, muore, ucciso nella foresta dagli uomini del re Meldred. Strettamente connesso a tali testi appare un racconto irlandese, il Buile Suibne ("la follia di Suibne"), in cui e' il re irlandese Suibne a vivere le medesime avventure di Lailoken, inclusa la tragica fine, e di Merlino. E' arduo proporre una datazione precisa di queste narrazioni: i motivi a suo tempo addotti dallo studioso Edmond Faral per sostenere una composizione presumibilmente successiva alla Vita sono da ritenersi superati alla luce della moderna critica testuale. Il Buile Suibne risulterebbe composto tra il X e il XI secolo, derivando da una tradizione precedente, di cui sopravvivono echi in altri testi. In ogni caso la leggenda poggia su un altro archetipo, praticamente universale: quello dell'Uomo Selvatico. Sin dal personaggio di Enkidu, presente nel sumero Poema di Gilgamesb, cioe' sin dagli albori delle civilta' storiche, troviamo costantemente il mito dell'uomo rimasto, o regredito, allo stato ferino e perciò capace di comunicare con gli animali e la natura in modo ormai impossibile all'uomo civilizzato.
Dal rapporto privilegiato con la natura derivano facolta' straordinarie, come quella di conoscere e predire il futuro. L'Uomo Selvatico e' diffuso nel folklore europeo e, in Italia, appare nella tradizione favolistica delle regioni alpine e in parte di quelle appenniniche, cioe' dell'area di antico popolamento celtico. Ma il mito riaffiora dovunque: anche negli Stati Uniti, dove numerosi cittadini assicurano di aver visto creature pelose aggirarsi nei boschi o di essersi imbattuti nelle loro grandissime orme. Le creature sono state battezzate Bigfoot e gia' hanno fornito spunto a serial televisivi. Nella loro elaborazione del mito, i celti insulari hanno aggiunto il motivo della follia, che altro non e' se non un'ulteriore forma di superamento dei limiti usuali della mente umana. Il motivo passera' in seguito a numerosi eroi della letteratura cortese, che conosceranno l'esperienza della follia e della conseguente regressione alla dimensione selvaggia in seguito alle pene d'amore: cosi' Ivano, Tristano, sino a Orlando, che diventa furioso nelle ottave dell'Ariosto, piene di sottile ironia maturata nelle raffinate corti rinascimentali, eppure debitrici di tradizioni folkloriche apparentemente lontane.

ALL'INDIETRO NEL TEMPO, DOVE LA STORIA E LA LEGGENDA SI CONFONDONO
Se dunque esistono argomenti plausibili per ipotizzare una consistenza storica del personaggio di Artu', nel caso di Merlino siamo di fronte a una figura astratta, alla personificazione di un'aspirazione dell'uomo, che sogna di infrangere i propri limiti immaginando creature semidivine o semibestiali. La culla delle leggende in cui presero forma tali fantasie pare essere stata l'Irlanda, terra alla quale, come abbiamo visto, si ricollegano molti elementi. Tra il V e il VI secolo, infatti, si intensificò il moto migratorio dall'isola verde alla Britannia: gli irlandesi popolarono la Scozia, sommergendo il preesistente popolo dei pitti, e vaste aree del Galles, favoriti dal collasso dell'impero romano. Ciò implicò necessariamente un travaso di cultura: lo stesso ciclo arturiano pare risentire dell'influsso del ciclo epico irlandese di Finn.
Tuttavia non si può trascurare la possibilita' che le leggende cui attinse Goffredo, fossero o meno di derivazione irlandese, si alimentassero anche di situazioni storiche concrete: in particolare e' verosimile porle in relazione con il declino del gruppo sociale dei druidi, ceto egemone nel mondo celtico, cui erano riservate le competenze religiose.
Ben noti a greci e romani, e descritti, tra gli altri, da Posidonio Rodio, Cesare e Strabone, i druidi sopravvissero alla conquista romana della Britannia, ma non all'espansione del cristianesimo, che, nel V secolo, giunse anche in Irlanda, dove i romani non si erano avventurati. Molti di loro passarono alla nuova religione conservando in tal modo, per esempio come abati dei monasteri, il proprio rango sociale e dando vita a quel particolare fenomeno che fu il cristianesimo celtico (ai cui riti e ai cui usi si guardava da Roma non senza diffidenza e preoccupazione).
Altri dovettero rimanere ostinatamente fedeli ai vecchi culti, insistendo nel praticarli in forma clandestina o semiclandestina: e' logico supporre che alcuni si ritirassero nelle foreste e che, col tempo, attorno a loro si creasse una fama di mistero, tale da far apparire le loro pratiche religiose riti di carattere magico. Nulla vieta di pensare che le leggende di cui abbiamo parlato si siano sovrapposte al ricordo, deformato dalla memoria popolare, di qualche druido ghettizzato ai margini dei centri abitati dagli anatemi di vescovi e abati cristiani. E piace pensare che qualcuno di questi irriducibili epigoni si chiamasse Myrddin, Merlino.

Yolanda Godoy Lozano e Alberto Magnani in Storia e Dossier n. 105, anno XI, GIUNTI editore

BIBLIOGRAFIA
Massimo Centini, Il sapiente del bosco, Milano 1989.
Geoffrey di Monmouth, Lafollia Mago Merlino, Palenno 1993.
Geoffrey di Monmnouth, Storia dei re di Britannia, Parma 1989.